Weinberger@Veneziacamp2009

Questo è il testo dell’intervento di David Weinberger al Veneziacamp2009. Lo metto qui per chi non c’era e non ha potuto prenderne una copia, ma anche per chi ha avuto problemi con la traduzione simultanea. L’intervento è stato più breve di questo ma grazie a @cimny (io) @pestoverde e @ialla abbiamo la versione integrale in italiano.

Il futuro delle città – Venezia.

“E’ un onore e un piacere essere qui oggi e parlare con le persone che stanno progettando la città del futuro e le vivranno.

Venerdì ho fatto qualcosa che è veramente facile da fare nella mia città, Boston, così come qui a Venezia: mi sono perso.

Sicuramente le persone vengono a Venezia da tutte le parti del mondo per perdersi, nelle strade e nei canali, nell’arte e nel tempo. A Boston, invece, sia i cittadini che i visitatori devono necessariamente avere una meta e perdersi non poi così è un piacere.

Così, venerdì mi sono seduto in Campo Bandiera e Moro, felice di essermi perso. Dopo essere stato seduto per un po’ su una panchina, pensando al futuro delle città e a Internet, ho fatto qualcosa, che oggi è normale, ma solo alcuni anni fa sarebbe sembrato un sogno di fantascienza. Ho preso il mio pocket computer, l’ho lasciato comunicare con 4 satelliti posizionati a 20.200 km sopra la terra e ho cercato su Google Maps dove fossi. Ho ottenuto informazioni sufficienti per poter vagare verso il Campo/la Piazza seguente.

Adesso, il primo argomento di cui vorrei parlare potrebbe sembrare una pura coincidenza, ma penso che sia importante per una discussione sul futuro delle città: lo spostarsi dei turisti a Venezia è al momento molto simile a come funziona il mondo di Internet. Quando clicco su un link il mio browser manda un messaggio alla pagina che voglio aprire, chiedendogli di iniziare a mandarmi tutti i dati, tutti testi e la grafica di cui il mio browser ha bisogno per mostrarmi la pagina.
La pagina che sto cercando di vedere risponde suddividendo il suo contenuto in pacchetti di dati; e questi pacchetti si muovono verso il mio browser perdendosi utilmente, come un turista a Venezia.
Non esiste programmatore che calcoli in anticipo quale sia la strada migliore per ogni pacchetto. Un pacchetto per prendere il via ha bisogno solo dell’indirizzo scritto al suo esterno. (In realtà l’indirizzo è scritto all’inizio del pacchetto, perché i dati non hanno un interno e un esterno). Ogni pacchetto va a un router che lo manda a un altro router, che pensa sia nella direzione della destinazione finale del pacchetto. Da router a router, da piazza a piazza, salto dopo salto, il pacchetto si avvicina e tutto senza nessuna pianificazione anticipata dei percorsi.
Il lato affascinante è che questo sistema funziona sorprendentemente bene sia per il pacchetto che per il turista, ma per ragioni diverse. Per il turista, questo modo di vagare perdendosi e avvicinandosi piano piano non è molto efficiente – non lo porta al museo o al ristorante nel modo più veloce – ma lo porta in luoghi di straordinaria bellezza che non avrebbe altrimenti mai trovato, ed è proprio ciò che un turista vuole. Per il pacchetto questo sistema è incredibilmente efficiente soprattutto se si considerano tutti gli altri pacchetti che devono posizionarsi. Dover calcolare l’itinerario più diretto per ogni pacchetto richiederebbe ad Internet di essere un sistema pianificato e centralizzato che utilizzerebbe tutto il suo tempo per calcolare gli itinerari per i milioni di pacchetti da muovere ogni secondo. C’è un’efficienza nascosta nel modo di lavorare non pianificato di Internet, da router a router, perché ogni router locale può accedere al traffico lungo i percorsi locali, evitando il rischio di aggiungersi all’ingorgo del traffico. La mancanza di una pianificazione centrale è essenziale per l’efficienza della Rete. Non siamo abituati a dei sistemi che lavorino in modo efficiente senza essere pianificati e centralizzati, ma questo è il modo di funzionare di Internet.
Adesso, pensando al futuro delle città, potremmo voler imparare alcune lezioni da altri sistemi che funzionano molto bene.
Quindi potremmo voler imparare alcune lezioni da Internet; ma è sempre cruciale imparare le lezioni giuste. Per esempio, sarebbe disastroso concludere che le città dovrebbero essere come Internet e non avere un controllo centralizzato o una pianificazione. Non ci sarebbe un sistema funzionante per il trasporto o un sistema credibile antincendio senza un controllo centralizzato. Le città ovviamente hanno bisogno di una pianificazione centralizzata, ma giusto quanto basta; perché troppa pianificazione nelle aree sbagliate farebbe male alle città. Questo è uno dei punti del libro di Jane Jacobs, La morte e la vita delle Grandi Città Americane. Lei descrive un gruppo di palazzi a New York, che erano stati creati per incoraggiare la socializzazione attraverso la costruzione attorno a un grande spazio…la piazza; ma nessuno ci andò a vivere. Diventarono aree pericolose dove le persone avevano paura di essere derubate; questo perché, malgrado la pianificazione attenta, non sappiamo ancora molto sul perché alcuni ambienti sociali funzionino e altri no. Quando non si sa molto, avere un grande controllo può portare a risultati terribili.
Questa è una lezione che il Web ha imparato bene. Alcuni ambienti sociali funzionano bene mentre altri sono vuoti, così come quei block residenziali a New York. Spesso dipende dall’avere il giusto mix di controllo e mancanza di controllo. Per esempio, Facebook ha avuto successo perché ha fissato alcune regole su come funziona, e ha lasciato agli sviluppatori la possibilità di creare ciò che volevano. Questo mix di controllo e cessione del controllo ha avuto ovviamente molto successo. Lo stesso vale per Twitter, che è molto popolare negli Stati Uniti ma meno in Italia. Twitter consente ad utenti e sviluppatori di contribuire ad arricchirne le funzionalità, pur mantenendo rigidamente la limitazione di 140 caratteri alla lunghezza di un post.
Quindi la lezione che Internet può dare alle città non è che l’assenza di controllo e di pianificazione corrisponda sempre alla soluzione migliore. Sarebbe ridicolo. Piuttosto la giusta lezione è che è molto importante trovare il giusto equilibrio tra ciò che si pianifica e si costruisce per i cittadini e avere fiducia nei cittadini perché possano inventare ciò di cui hanno bisogno. La rete ci ricorda quanto possa essere intelligente e saggia una popolazione se le si lascia lo spazio per inventare ciò di cui ha bisogno. E la rete ci ricorda anche che pianificare troppo ed essere troppo attenti può portare a una piazza senza vita, come nell’esempio di New York di Jane Jacob.
Ma c’è una relazione più profonda tra le città e Internet. Entrambe sono state delle innovazioni che hanno dato la possibilità agli esseri umani di trarre benefici di scala, ad esempio, grazie alla connessione di un grande numero di persone. Quando molte persone sono riunite succedono cose eccezionali e inimmaginabili.
Le città creano in modo naturale queste dense relazioni sociali, mettendo insieme tante persone in spazi molto piccoli. Con l’invenzione delle città, le persone possono finalmente sostenersi con lavori specializzati perché ci sono abbastanza clienti per avviare un’attività. E, essendoci così tante capacità in un’area così piccola le città sono diventate un punto d’attrazione per i commercianti di altre zone, rendendoci più consapevoli del mondo attorno a noi e, di conseguenza, più “smart”.
Internet fa pressappoco la stessa cosa, tranne per il fatto che non è soggetta alle limitazioni di spazio che hanno le città. (Sono stato a Venezia per il Carnevale, quindi so che esiste un limite al numero di persone che possono esserci qui). Internet non ha questo limite. Anziché avere uno spazio fisico fatto di terra e roccia, lo spazio di internet è fatto di interessi condivisi: i tuo vicini in internet sono le persone che hanno gli stessi interessi che hai tu. Come con le città può coltivare i tuoi specifici interessi, ora come ora più specifici che mai. E come in città noi siamo adesso sul crocevia globale, così come tutti gli altri.
Sulla scala di internet, scopriamo cose su di noi che sono sorprendenti e che forse possiamo riportare all’interno della nostra visione della città del futuro.
Forse le cose più sorprendenti sono gli enormi progetti che siamo riusciti a portare a termine senza un controllo centralizzato e che richiedevano molto più lavoro di quanto ognuno avrebbe potuto pensare di fare senza compenso. Per esempio, la versione in lingua inglese di Wikipedia ha raggiunto un obiettivo ambizioso, cioè quello di diventare la più grande enciclopedia di sempre, aperta e libera per tutti. Di sicuro non è perfetta, come non lo è nessun’opera dell’uomo, incluse le enciclopedie stampate.
La versione inglese di Wikipedia è molto più completa della miglior enciclopedia stampata, l’Enciclopedia Britannica, che ha 65 mila articoli; Wikipedia ne ha 3 milioni. In più molti degli articoli della Britannica sono corti, non perché non ci fosse molto da dire, ma perché non c’erano abbastanza pagine disponibili. Quel che è peggio per la Britannica, è che per aggiungere nuove voci alle nuove edizioni, le vecchie voci sono state accorciate o completamente rimosse. Gli articoli di Wikipedia d’altro canto assumono la loro naturale lunghezza; per questo Wikipedia è meglio delle enciclopedie stampate. Le enciclopedie stampate dividono nettamente il mondo in argomenti, ognuno con un titolo in grassetto, ognuno con così tante parole e scritto come se la definizione fosse definitiva, completa, finita. Ma dato che Wikipedia è online, i suoi articoli sono pieni di hyperlink, che sono una mappa di come quell’argomento è legato al resto del mondo delle idee e dell’informazione. Con Wikipedia, gli argomenti assumono la loro forma naturale: una forma che è molto molto incasinata.
Wikipedia riflette la forma del sapere meglio di ogni altra enciclopedia che possiamo vedere e che è limitata dalla carta.
Wikipedia è una conquista straordinaria. Come l’abbiamo ottenuta? È stato creato uno spazio illimitato dove ognuno ha potuto contribuire poco o tanto. Abbiamo fatto tutto questo insieme, senza essere pagati per questo, e senza avere molte regole stabilite, almeno all’inizio. Nessuna persona ragionevole avrebbe potuto pensare, 7 anni fa, che Wikipedia avrebbe avuto successo. Ma ciò dimostra che la nostra idea di ragionevolezza a volte è troppo limitata. Non siamo abituati a quel che siamo capaci di fare quando molti molti molti di noi sono connessi in un unico spazio.
Penso che questa lezione indichi direttamente il futuro delle città. O per lo meno un aspetto di questo futuro.
Ricordate che ho iniziato questo speech parlando di quando mi sono perso e ho usato il mio pocket computer per cercare la mia posizione su Google Maps? La città futura avrà senza dubbio la connessione ad internet ovunque. Ma quali saranno le relazioni tra virtuale e reale? Google Maps e Wikipedia credo ci diano la spiegazione.
Una visione vede il mondo reale e il mondo virtuale come separati. Il reale è fatto di mattoni, il virtuale è fatto di bits. Il reale è limitato nello spazio, il virtuale è già cresciuto di trilioni di pagine. Ciò significa uno seguito da 12 zeri. Se questa è la nostra visione, se il reale e il virtuale sono separati, allora nella città del futuro il virtuale può forse essere uno strato sopra al reale, come la carta lucida sta sopra a una mappa sulla quale possiamo disegnare connessioni che non esistono nel mondo reale.
Ma questa visione della relazione tra reale e virtuale viene dalle persone che pensano che internet sia qualcosa al quale si accede dalla scrivania usando un laptop o un computer ancora più grande con un monitor separato (desktop). Questo è il modo in cui le persone della mia età hanno sperimentato internet per la prima volta. Per noi internet era qualcosa al di là della nostra vita quotidiana nella città; era una finestra all’interno di un altro mondo, una finestra che stava sopra la nostra scrivania, in una stanza con le luci abbassate.
Questo non è come internet appare se la sua esperienza primaria avviene attraverso un device che portate con voi in giro per la città. Ovviamente questo è il futuro di internet e se voi portate il virtuale con voi quando vagate nella città reale la relazione tra i due è molto diversa. Con un GPS, internet sa dove siete. Diventa il vostro compagno e non una finestra.
E qui entra in gioco Wikipedia. Ecco qualcosa di magnifico che costruiamo attraverso milioni di piccoli contributi. Se avete aggiunto qualcosa a un articolo di Wikipedia è perché l’argomento era qualcosa che era importante per voi e che conoscevate. In questo senso è qualcosa di locale, per voi. Mettete insieme tutte queste azioni locali e finirete per avere una risorsa globale.
O guardate al web stesso. Nessuno ci ha ordinato di scrivere questi trilioni di pagine web; l’abbiamo fatto da soli per tutte le ragioni per cui le persone creano e condividono il loro lavoro… a volte per denaro, molto più spesso per amore.
Quindi, io penso che sia ragionevole aspettarsi che faremo lo stesso per i luoghi locali della città. Visto che più persone hanno dei cellulari con connessione a internet e più città forniscono accesso ubiquo a internet porteremo in modo naturale la conoscenza locale dei luoghi del mondo reale all’interno del device virtuale che abbiamo in tasca. Non sto dicendo che avremo qualcosa di simile a Wikipedia, un enorme progetto che organizzi ciò che sappiamo dei luoghi della città. Io non so se sarà così organizzato, ma l’opportunità che si apre con la presenza dei device nelle nostre tasche, in grado di sapere dove siamo e con la connessione sempre disponibile è veramente meravigliosa. Riempiremo il mondo virtuale con tutto ciò che conosciamo di ogni angolo e di ogni palazzo e costruiremo ogni servizio che connetta le persone localmente e nel mondo per condividere i nostri interessi in quell’angolo. Lo faremo con o senza organizzazione. Lo faremo e basta. Succederà perché noi lo faremo così come abbiamo costruito il web e abbiamo costruito Wikipedia.
A questo punto, il virtuale non è uno strato aggiunto sopra la realtà; non è essenzialmente separato. Quel device nella vostra tasca – o forse un giorno nei vostri occhiali – non sarà solo la cronaca di ciò che state vedendo o una guida, ma sarà lo strumento da usare come parte integrante della vostra vita nella città. Sarà reale come il vostro portafoglio, la borsa, le chiavi, i vestiti, il giornale, il menu, la voce, e si integrerà con tutte le loro funzioni. Renderà più vicini gli amici, il lavoro, gli affari, la storia della città. Gli amici e le idee lontane saranno con voi, in quell’angolo o in quella piazza. La città del futuro fonderà il reale e il virtuale, cosicchè non potremo più immaginare il mondo reale senza il virtuale come parte di esso, così come non si può immaginare una città senza insegne o pareti senza mattoni. La città del futuro sarà reale e virtuale. Certo che lo sarà.

E allo stesso tempo il mondo virtuale continuerà ad essere un nuovo in cui vivere – abitare – dove possiamo creare connessioni ed opere che fuggono dai vincoli del fisico. Se lo faremo adeguatamente, se costruiremo un mondo reale il cui significato è incrementato dal virtuale, come nell’architettura e nel linguaggio, potremo perderci liberamente in una città come questa. Ma sci ritroveremo persi in un mondo arricchito dalle tante voci di coloro che amiamo.
Però sarebbe incompleto se io concludessi questo speech parlando solo dei modi in cui il web e le città diverranno una sola cosa nella città del futuro.
Ho suggerito che le città possano imparare dal Web la lezione dell’avere il giusto controllo; ma ho bisogno di rafforzare il mio punto sul modo in cui città e internet sono diverse. Per quanto sia vero che le applicazioni/servizi di internet come Facebook e Twitter abbiano trovato il giusto equilibrio tra controllo e cessione del controllo, ciò non è vero per Internet in sé. Il successo di Internet non proviene da un attento equilibrio di controllo e cessione del controllo ma viene da una mancanza di controllo e cessione del controllo senza precedenti. Le regole di ciò che è possibile aggiungere in rete, di chi è autorizzato ad usare la rete, di quali servizi sono preferiti in rete; tutte queste regole possono uccidere Internet e i benefici che questa porta alle nostre culture, economie e democrazie (governi).
Ricordate il pacchetto di dati che andava verso il mio browser? Sulla sua strada ha percorso cavi di rame e fibre ottiche fino all’aria tra i satelliti e poi giù in terra. Lo stesso pacchetto può fare questo liberamente perché Internet non è costituita da rame, fibra o onde radio; Internet non è altro che una serie di accordi tra reti connesse, accordi che dicono che ogni rete trasmetterà ogni pacchetto allo stesso modo; non importa chi lo ha creato, cosa contiene o quale mezzo porti. L’accordo è quello di trattare tutti i pacchetti allo stesso modo: questo è Internet. Regole che discriminino tra pacchetti potrebbero rompere Internet; sono esattamente ciò che Internet non è.
Non è solo una questione di definizione. Internet ci ha portato questi benefici proprio grazie al suo accordo di neutralità sui pacchetti che passano al suo interno. Visto che tutti i pacchetti sono uguali Internet, unico tra tutti i media, non è per un uso o un altro. Il telefono è per le voci, le strade sono per le macchine, la televisione è per i video, per cos’è Internet? Internet è per tutto ciò che vogliamo e questo è geniale. E questo è il motivo per cui Google può nascere in un garage e cambiare il mondo. Quando una parte della rete che porta i pacchetti decide che i suoi pacchetti hanno una priorità speciale o quando una società decide che conosce meglio la rete per poter portare i pacchetti allora diventa più difficile innovare e rendere Internet ciò che nessuno di noi ha mai immaginato.
In questo modo Internet è unica. Fa succedere il suo miracolo perché Internet alla base non è niente se non ciò che noi vogliamo. Fondamentalmente Internet ha successo perché non è controllata.
In questo senso non è una città dove la regolamentazione è importante quanto l’apertura. E da questo punto di vista ciò implica un altro motivo per cui internet e le città sono simili. Questo è un punto cruciale. Abbiamo troppe volte confuso Internet con la serie di cavi che trasportano i pacchetti di bites, le aziende e le agenzie che possiedono questi cavi spesso pensano di possedere Internet, ne parlano normalmente come della loro Rete. Certo i cavi potranno essere i loro ma non Internet. Internet è nostra, l’abbiamo inventata, l’abbiamo costruita, abbiamo creato i contenuti e i servizi che la valorizzano. L’abbiamo riempita con el opinioni, le idee, gli scherzi, le canzoni, i video stupidi, la poesia, gli scambi della vita di tutti i giorni. Internet è nostra ed è per noi. Internet è nostra. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno della policy di “Net Neutrality” che dice: internet è nostra e non di coloro che banalmente spostano pacchetti in alcune parti di essa.
Ho detto che Internet è unica per questi motivi ma lasciatemi dire altre due cose che sono radicalmente nostre: primo la terra comprese le città e le città sono una delle invenzioni più innaturali dell’uomo; secondo, anche il futuro è nostro.
Come saranno le nostre città del futuro? Sono convinto che il virtuale ne sarà una parte integrale e importante. Ci sono molti punti di vista, molti trattati, molti pensieri… e molti futuri da costruire insieme.
Grazie.”

LitCamp2009 – Appunti Sparsi 1

www.adrianobarone.com “La critica letteraria è morta”

La critica letteraria è diventata una scrittura secondaria inutile. Il giudizio è soggettivo ma possiamo pretendere il diritto all’onestà.
Il problema diventa essere dei buoni pr e non più scrivere dei buoni libri. Si crea un circolo vizioso: è gentile aiutare qualcuno che ti regala il suo libro, è giovane, è carino.
Le case editrici hanno il grande potere di fuoco per comprare spazi che saranno sempre positivi.
Quale soluzione? Lo scrittore non dovrebbe conoscere il suo critico ma nell’era di internet?
Cosa non fare della critica? Non cagatela. Esiste Anobii e il parere è sincero. Criteri e parametri potranno anche essere discutibili ma almeno non ci sono filtri.
Quali sono i migliori critici? Gli scrittori.
Nel 1876 Anthony Tollob ha scritto la sua autobiografia e già diceva che la critica è morta e inadeguata; per pochi soldi e poche righe non si può pretendere che siano in grado di dire se un testo è buono o no. Se ci aggiungiamo le case editrici non potete pretendere l’oggettività.

Oggi la funzione del critico è ancora utile e necessaria ma rispetto al passato distribuita: oggi tutti possono fare il critico; la discriminante della possibilità d’accesso ai media e alle persone non esiste più. Oggi il filtro è avere un idea. Il problema è quindi la disintermediazione della funzione di critico?

Il problema è l’autorevolezza di chi parla e quanta motivazione e onestà ci sono.

Il luogo non luogo: l’aeroporto.

L’aeroporto è simbolo di una realtà transitoria e non definibile; se a questa indeterminatezza si aggiunge il mix di sentimenti e pensieri che si scatenano nella mente umana in relazione al viaggio e ancor di più all’aereo, risulta evidente quanto le dinamiche comportamentali e di acquisto siano in questo luogo totalmente scardinate.
In aeroporto sale la soglia di attenzione verso l’ambiente circostante sia per la percezione dilatata del tempo (anche quando si è di fretta) sia per il percorso obbligato di check-in/controllo/boarding che richiede una strutturazione razionale del comportamento.
La conseguenza di questo meccanismo è da un lato la crescente necessità di essere “coccolati” e aiutati da una molteplicità di servizi e dall’altro un maggior interesse verso ogni forma di comunicazione.
L’aeroporto si presenta quindi come il luogo ideale per i brand per creare un nuovo tipo di relazione con le persone; per far esplodere il trend perkonomics anche e soprattutto con vantaggi non strettamente legati ai prodotti di competenza ma a servizi aggiuntivi che possano avvicinare in modo empatico le persone e creare il giusto contatto “umano”.
Settimana scorsa ho viaggiato e creato una photo gallery di esempi interessanti:

Aeroporto di Linate - distributore automatico di calzini

Aeroporto di Linate - distributore automatico di calzini


Aeroporto di Francoforte - Il carrellino è gratis grazie allo sponsor

Aeroporto di Francoforte - Il carrellino è gratis grazie allo sponsor


Aeroporto di Francoforte - I fumatori non sono discriminati

Aeroporto di Francoforte - I fumatori non sono discriminati


Aeroporto di Francoforte - Quotidiani tedeschi e americani per riempire l'attesa

Aeroporto di Francoforte - Quotidiani tedeschi e americani per riempire l'attesa


Aeroporto di Francoforte - Se non vuoi andare al bar, il bar viene da te!

Aeroporto di Francoforte - Se non vuoi andare al bar, il bar viene da te!

Silenzio e rispetto.

italia-lutto

Aiuti per l’Abruzzo – 3 -

Segnalo con piacere un’iniziativa del gruppo Eagles Cantù 1990: in occasione della partita di basket di serie A Cantù – Ferrara è stata organizzata, per sabato 11 Aprile, in collaborazione con la protezione civile una raccolta di generi alimentari al Palasport Pianella (via per Cantù n°2 Cucciago).

Su espressa richiesta della stessa protezione civile, la priorità va data a tutto ciò che serve per mangiare (piatti, forchette, tovaglioli, bicchieri… tutto rigorosamente usa e getta) e allo scatolame vario (tonno, piselli, carne in scatola, etc).

Aiuti per l’Abruzzo – 2 -

Nuovo post per raccogliere le iniziative di raccolta di indumenti e beni di prima necessità.

1) Protezione Civile di San Salvo:

Da domani 07 Aprile 2009 presso la sede di San Salvo verranno raccolti i beni di prima necessità che le persone vorranno donare alla popolazione che purtroppo sta vivendo un’esperienza terribile.

I beni più cercati sono: acqua, omogeneizzati, latte a lunga conservazione, latte in polvere, abiti, coperte e scarpe (ANCHE per bambini e neonati) , pasta e qualsiasi genere alimentare A LUNGA CONSERVAZIONE.
Marche consigliate per il latte in polvere: Mellin1 e pantolact2 e Digest2

Potrete portare tutto presso la sede della Protezione Civile di San Salvo :
Protezione Civile ValtrignoViale Olanda 3 (Zona Industriale)
San Salvo (CH)Segreteria – Fax 0873.54.75.83

2)Banco Alimentare di Pescara:

Chiunque voglia donare del cibo per le popolazioni colpite può portare i generi di prima necessità presso il Banco Alimentare dell’Abruzzo, in Via Celestino V 4 – 65129 Pescara (PE) – Tel. 085-43.13.975
mail segreteria@abruzzo.bancoalimentare.it

3) raccolta alimentari non deperibili, acqua in casse sigillate, coperte presso croce rossa di Terni VIALE TRIESTE 46

4) La Croce Rossa ha aperto la sala operativa nazionale di Legnano e i Centri interventi d’emergenza (Cie) di Verona, Roma, Potenza e Palermo per la raccolta di generi di prima necessità (coperte, vestiti, pannolini, latte in polvere, casse d’acqua) da spedire nelle zone terremotate.

5) in Via Garruba 22 a Bari RACCOLTA PER L’ABRUZZO: Coperte, vestiti, pannolini, latte in polvere, casse d’acqua, cibi in scatola e tutti i beni di prima necessità…

6) L’ASSOCIAZIONE “CIOCIARIA FOR” e i “RANGER DELLA VALLE DEL LIRI” stanno organizzando una raccolta fondi e beni di prima necessità da inviare alle famiglie dell’Abruzzo. Il punto raccolta sarà allestito presso la sede dei “RANGER VALLE DEL LIRI” situata presso l’incrocio di via Roma con via Montecassino a Castelliri.

7) Roma Il Municipio IV organizza una raccolta alimentare per le vittime del terremoto. E’ possibile recapitare presso la sede di Via Monte Rocchetta 10/14 generi alimentari non deperibili e a lunga conservazione, generi di prima necessità e materiale igienico-sanitario nei seguenti giorni e orari:
lunedì 6 aprile dalle ore 9 alle ore 20.30
martedì 7 aprile dalle ore 9 alle ore 20.30
mercoledì 8 aprile dalle ore 9 alle ore 20.30
giovedì 9 aprile dalle ore 9 alle ore 20.30
venerdì 10 aprile dalle ore 9 alle ore 12.00
I generi alimentari saranno consegnati direttamente da una delegazione del Municipio IV, dal Presidente e dagli Assessori.
Si invitano cittadini e commercianti a partecipare attivamente.
Per info e adesioni :
Tel. 06 69604202/3/4 Cell. 339 7204302 – 339 6423301 – 335 6466696 – 335 200917

8) Firenze: La Misericordia di Firenze ha organizzato un punto di raccolta di generi di prima necessità presso la propria sezione di Oltrarno (via del Sansovino, 176).
Qualora intendeste contribuire alla raccolta, vi preghiamo di privilegiare i seguenti generi di prima necessità:
ACQUA,
LATTE A LUNGA CONSERVAZIONE,
BISCOTTI,
MARMELLATA,
PASTA,
SCATOLAME (carne, verdure, tonno, sughi, ecc.),
OLIO,
BURRO,
COPERTE,
IMPERMEABILI.

9) sul sito di bancoalimentare ci sono i dettagli per le aziende che volessero donare

10) Centro Polilogistico Provinciale CRI di Bresso, sito in via Clerici, accanto all’aeroporto nei seguenti orari:
Lunedi – Venerdì 08:00 – 16:00 (fino a nuove comunicazioni)

Ecco il materiale:
- VESTITI solamente nuovi;
- CIBO E VIVERI a lunga scadenza (minimo 6 mesi) come scatolame, acqua, pasta, riso, latte a lunga conservazione, biscotti, ecc.;
- SACCHI A PELO E COPERTE puliti ed in buono stato di conservazione;
- GIOCATTOLI;
- PANNOLINI

Continuerò ad aggiornare le liste ma è possibile trovare informazioni anche su
- su una wiki creata appositamente, qui il link
- su una pagina Google

Aiuti per l’Abruzzo

Raccolgo l’appello di Massimo

Il quotidiano d’Abruzzo “il Centro” di concerto con il gruppo editoriale Finegil-Repubblica-L’Espresso e con le Casse di risparmio dell’Aquila – Carispaq, di Pescara – Caripe e di Teramo – Tercas lancia una sottoscrizione popolare. Questi i riferimenti.

Banca CARISPAQ SPA
“Vittime terremoto L’Aquila”
Codice Iban: IT 53 Z 06040 15400 000 000 155 762

Banca CARIPE SPA
“Raccolta fondi pro terremotati d’Abruzzo”
Codice Iban: IT 19 B 06245 15410 000 000 000 468
presso Banca Caripe Spa Sede Pescara
Corso Vittorio Emanuele 102/104 – Pescara.

Banca TERCAS SPA
“Raccolta fondi pro terremotati d’Abruzzo”
Codice Iban: IT 48 L 06060 15300 CC 090 005 35 65
presso Banca Tercas Spa Sede Teramo
corso San Giorgio 36 – Teramo.

Segnalo inoltre alcuni numeri telefonici utili.

Per volontari da tutta italia: 06.68201.

Per volontari da Pescara: Centro operativo della Protezione Civile presso la Prefettura di Pescara 085.2057627.

Per offrire posti letto chiami 085.4308309.

Aggiungo il link al post su Macchianera per gli aiuti organizzati dalla Caritas.

Questi sono i dati per la raccolta organizzata da Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport e City:

BONIFICO BANCARIO:

Intesa-San Paolo, ABI 3069, CAB 05061, conto corrente n. 1000/144, intestato a: “Un aiuto subito – Terremoto dell’Abruzzo”. Cod. IBAN: IT 03 B 03069 05061 100000000144

VERSAMENTI CON CARTE DI CREDITO
(CartaSi, MasterCard, Visa, American Express)
Numero Verde di CartaSi: 800 317800 (da alcuni cellulari è necessario digitare il 12 prima del numero)
Dall’estero: 02 34980235
Tenere la carta di credito a portata di mano e seguire le istruzioni del sistema.

Perché amo Tokyo

Amo Tokyo perché è una città piena di contrasti e di sorprese. È caotica, ma vivibile; è grigia e verde; è affollata, ma silenziosa; è moderna e antica.

Trascorrere una settimana in questa metropoli è stato come condensare una vacanza di mesi in pochi giorni. Dopo 7 ore di night bus, io e le mie compagne di viaggio, Elena ed Ekaterina, arriviamo (acciaccate, ma elettrizzate) a destinazione: “Tokyo city” finalmente! L’esplorazione ha inizio subito. Depositati i bagagli in un armadietto della stazione, iniziamo quella che sarà un’appassionante lista di luuuuunghe camminate nei quartieri più famosi della capitale.

Riassumere in poche parole i momenti e le sensazioni che Tokyo mi ha regalato è impossibile, ma, si sa verba volant, scripta manent; così ho deciso di fare un’ “insalata” di ricordi e luoghi che rimarranno sempre dentro di me.

La mia Tokyo

Tokyo Tower

 

Grattacieli e santuari – In Tokyo più che in ogni altra città giapponese visitata finora spicca il contrasto tra moderno e antico, tra passato e presente. Mi affascina il fatto di poter camminare per le sue strade con il naso all’insù, cercando di cogliere per intero le sagome dei suoi immensi grattacieli e poi, all’improvviso, un tempio buddista o shinto, con i suoi tetti carichi di storia e i suoi arancioni o rossi, crea un  “vuoto” nella foresta d’acciaio e di vetro.   Il quartiere di Asakusa è un esempio perfetto: grattacieli ovunque, ma il suo cuore è tra il Kaminarimon o il “Cancello del Tuono” e il tempio Senso-ji, luogo di preghiere e riti (come il Kinryu-no-mai, la “Danza del dragone d’oro”, cui ho avuto la fortuna di assistere).

 Massa umana – Mai visti così tanti giapponesi tutti in una volta! Non a caso Tokyo è una delle città giapponesi dai più alti livelli di concentrazione umana.  Per provarla sulla propria pelle (letteralmente!), consiglio di entrare in una stazione metropolitana (possibilmente Shinjuku o Tokyo Station, vere e proprie città sottoterra) durante le cosiddette “crush hours” (ore di punta) e prendere un treno, sgusciando tra la massa di pendolari, salary-men e turisti.  In alternativa, attraversare l’incrocio più caotico e affollato di tutta Tokyo: Shibuya, appena fuori dalla stazione, di fronte al Building 109 e allo Starbuck’s più grande del mondo (così ci han detto, mah!).

Ordine – Sarà l’influenza Zen, sarà il rispetto quasi maniacale per tutto ciò che è della comunità, sarà l’assoluta (e a volte eccessiva) tendenza giapponese a rispettare fanaticamente le regole, ma Tokyo è davvero una città super-iper pulita. In punti impensabili è addirittura profumata! Alcuni esempi? Metropolitane (treni e stazioni) senza una cartaccia per terra; strade linde e ordinate (sul pavimento ci sono stickers che vietano di fumare e gettar via rifiuti) e, cosa davvero sconvolgente per i miei occhi italiani, bagni pubblici dall’igiene impeccabile!!!

Tsukuiji  - Per chi non lo sapesse a Tokyo risiede uno dei più grandi mercati all’ingrosso di pesce del mondo. Tsukuiji è come una città dentro la città: pescivendoli-manager (ne ho visti alcuni in giacca, cravatta e…stivaloni in gomma!) contrattano i prezzi d’acquisto della mercanzia; manovali sfrecciano con i loro carrelli motorizzati per le vie dei capannoni come se fossero in un circuito di F1; clienti (quasi tutti uomini) si aggirano con i loro cestoni di paglia per le bancarelle stracolme di pesci mai visti e coloratissimi.                                                                                                    Ora, anche i turisti possono accedere al mercato purché si comportino in maniera adeguata. Ci sono stati problemi in passato; pare che alcuni visitatori, inequivocabilmente ubriachi, si siano messi a leccare il pesce e a scorrazzare sui carrelli per tutto il mercato. Inoltre bisogna essere disposti a svegliarsi “di notte”: il “clou” del mercato, vale a dire l’asta del tonno, è alle 6.00 del mattino! Il tonno pinna blu è in assoluto il più ricercato dai giapponesi; la richiesta è così alta da aver reso il Giappone il principale importatore di tonno al mondo e, come conseguenza, si è sviluppato attorno a questo pesce un gigantesco e lucroso business di natura mondiale*. Impensabile vero?   Dopo di ché, se si ha lo stomaco forte, si può andare in uno dei tanti ristorantini senza troppe pretese all’entrata del mercato e fare colazione a base di sushi…fresco!

 * Rif. “How Sushi went Global” by Theodore C. Bestor, 2000.

Caos e riflessione – Sì, perché Tokyo è questo: luci mirabolanti (Shinjuku, Ginza, Shibuya), gente eccentrica (Harajuku), voci stridule dei venditori che dai negozi bombardano con assordanti Irasshiaimase!!!! (benvenuto!) passanti e turisti (Ueno) e templi shinto o buddisti immersi in parchi, a volte così immensi da farti dimenticare di essere in pieno centro città. Nel mio cuore rimarrà sempre il santuario del Meiji-jingu all’interno del parco Yoyogi, uno dei templi più suggestivi visti finora.

Un altro luogo che ben esprime questa antitesi è Odaiba, la “Tokyo Bay”. Immaginate una striscia di spiaggia con vista su Tokyo e sul Rainbow Bridge, attorniata da un bel parco tranquillo e silenzioso: relax più totale! Alle sue spalle, però, ci sono edifici dall’architettura futuristica che ospitano negozi di vario tipo: da grossi centri commerciali a tema (ricordano i nostri “outlet villages”, ma al chiuso e moooolto moooolto kitch) a ristoranti; da showroom per automobili e moto a negozi dedicati agli animali domestici, che in Giappone sono trattati come veri e propri peluche, se non come bambini (cani vestiti e pettinati di tutto punto, portati su passeggini e fotografati in veri e propri set: davvero imbarazzante!).     A parte queste stravaganze, Odaiba offre una delle più belle viste sulla metropoli, che, by night, ha un fascino tutto particolare.

 

La mia Tokyo, in poche parole.

A story from Hiroshima

Durante il mio viaggio in Giappone sono stata ad Hiroshima; ho incontrato Matsubato-sensee e…

Con gli occhi chiusi, sul night bus che mi riporta ad Osaka, ripenso alla frase con cui il Prof. Scott ha congedato noi studenti qualche ora fa, all’interno del Peace Memorial Museum di Hiroshima. Ripenso alla minuta dolce figura di Matsubato-sensee e mi commuovo.

La rivedo entrare nella sala, sorridendo contegnosamente, in silenzio, zoppicando senza farsi notare troppo. Poi, un inchino profondo a tutti noi e si siede di fronte ad una piantina che illustra come l’onda radioattiva della prima bomba atomica lanciata contro l’umanità si sia propagata su  Hiroshima, la sua città.

Come una nonna ai suoi nipotini, Matsubato-sensee inizia a raccontarci la sua storia, il suo incubo. La sua vita “prima” era come quella di molte altre bambine giapponesi vissute durante la guerra. All’epoca aveva 12 anni e, pur abitando insieme alla sua famiglia nella campagna fuori Hiroshima, era stata mandata dai genitori a vivere all’interno di un santuario in città. Si pensava che i bambini fossero più protetti all’interno di templi e santuari, perciò venivano create delle piccole comunità dove veniva fornita loro assistenza, cibo e istruzione. Ogni giorno, nel cortile della “scuola” si facevano esercitazioni con bastoni di bamboo, per essere pronti ad un eventuale attacco del nemico. “Che ingenui eravamo!” commenta con un filo di voce Matsubato-sensee.

Alle 8.15 del 6 agosto 1945 il tempo si ferma a Hiroshima. Quei secondi, quei minuti, quelle ore si imprimeranno nella carne e nella mente di migliaia di innocenti per sempre. Matsubato-sensee ricorda tutto, ogni singolo fotogramma di quel giorno. Superando la tipica riservatezza giapponese, con un coraggio inimmaginabile, parla, parla, parla. Si alza in piedi, non riesce a stare seduta, vuole coinvolgere il più possibile il pubblico di commossi e attoniti giovani ventenni (per la maggior parte americani) che le sta di fronte. Senza fermarsi, con la voce tremante, ma salda allo stesso tempo ci racconta di atrocità infernali nel vero senso della parola.

Stava camminando con un’amica, Michiko, quel giorno; fantasticavano sulla loro vita di future giovani donne, quando, all’improvviso, la coda di un aereo e poi un rumore così assordante da far perdere i sensi ad entrambe. “Quando ripresi conoscenza, non riuscivo a vedere più niente, tutti sembravano polverizzati. Gridavo: “Michiko! Michiko!Dove sei?” non ottenendo nessuna risposta. Cercai di alzarmi, ma ero stata scaraventata a testa in giù nel terreno e avevo ferite e vetri conficcati in tutto il corpo” narra, commossa, la voce di Matsubato-sensee.                        Le palpebre si erano liquefatte, bruciata parte della pelle di braccia e gambe. Non rimaneva più nessuna traccia dei vestiti che indossava; solo brandelli di biancheria intima erano rimasti intatti.

Disperata e in cerca di acqua da poter usare per rinfrescare il corpo ustionato, si recò al fiume vicino. Michiko era lì, insieme a centinaia di persone urlanti, la sua faccia era irriconoscibile.                                                                             Aiutandosi reciprocamente, le due amiche cercarono di tornare a scuola, ma sulla via, Michiko, allo stremo delle forze, morì. Matsubato-sensee era sola ora. Scoprendo che la scuola era stata completamente distrutta, con le ultime forze rimaste, riuscì a raggiungere la sua casa, nella periferia della città.

“Sette mesi più tardi, ripresami per quanto fosse possibile, ricominciai ad andare a scuola. Pur avendo preso il diploma, però, non riuscivo a trovare nessun lavoro. La gente mi evitava quando salivo sull’autobus; guardando i segni lasciati dalle radiazioni sulla mia pelle, pensava fossi io stessa radioattiva. Non ho mai trovato qualcuno che volesse sposarmi e a tutt’oggi (a 65 anni) sono ancora single” dice con malinconia Matsubato-sensee.

Quel giorno morirono 350.000 persone. Alla fine del 1945, circa 140.000 persone perirono in seguito agli effetti delle radiazioni* e, a tutt’oggi (secondo la nostra testimone) ancora molti Hibakusha (così sono chiamati in giapponese i sopravissuti alla bomba atomica) soffrono per gli effetti dello scoppio della A-bomb.

“Lo Stato giapponese non ci ha fornito nessun tipo di aiuto; i pochi medicamenti che trovavamo li compravamo alla borsa nera. A volte non avevamo garze per medicare le ferite, quindi, usavamo pezzi di kimono, senza immaginare che, così facendo, le ferite si sarebbero infettate” racconta Matsubato-sensee, sul finire della sua testimonianza.      “Per far sì che non ci siano più un’altra Hiroshima e un’altra Nagasaki, tutti i popoli del mondo devono impegnarsi nell’eliminazione delle armi nucleari, tanto più che ora il loro potere distruttivo è molto più grande rispetto al passato. La città di Hiroshima sta facendo molto in questo senso, ma dobbiamo contribuire tutti.” dice accorata la nostra testimone.

Durante il mio viaggio in Giappone, sono stata ad Hiroshima; ho incontrato Matsubato-sensee e… ho conosciuto una piccola grande donna con un’indescrivibile forza di combattere per la vita, ieri come oggi.

Il minimo che potessi fare era raccontare la sua storia, la “storia di Hiroshima”.

 

A-bomb Dome, Hiroshima

A-bomb Dome, Hiroshima

 

* i dati  sono riportati alla pagina http://www.pcf.city.hiroshima.jp/frame/Virtual_e/visit_e/west.html del sito internet del Peace Memorial Museum di Hiroshima.

 

Sofia 48 ore andata e ritorno.

Complice un viaggio in Bulgaria, la scorsa settimana, il blocco della scrittura di post senza scomparso, o quasi.
La Bulgaria è una nazione per la quale non avevo mai provato un particolare interesse o meglio “una sorta di nazione dimenticata”: non se ne parla, non se ne legge e si conosce a malapena il nome della capitale, Sofia.
Ci sono stata e ho scoperto una nazione singolare e che mi ha incuriosito. Geograficamente si affaccia sul mare ma ha anche delle montagne sulle quali è possibile fare escursioni e sciare (anche in notturna).
Politicamente era molto vicino all’URSS e sta cercando di trovare il proprio equilibrio con l’Europa senza per ora avere l’Euro come moneta (2 Leva = 1 Euro)
Linguisticamente e culturalmente è la patria del Nobel Elias Canetti, usa i caratteri cirillici e ha una lingua molto simile al Russo.
Al di là di queste nozioni da Wikipedia ho vissuto tre esperienze uniche e che porterò con me:

1) Mi hanno regalato un Martenitsa, spilla o bracciale tradizionale con fiocchi rossi e bianchi da indossare per ottenere salute e felicità con l’arrivo della primavera. Si indossa il primo Marzo e va appesa all’albero più vicino quando si vede la prima cicogna della stagione. Non ho ancora visto la cicogna quindi per ora lo conservo!
Martenitsa

2) Ho mangiato una Banitsa in un ristorante di design che si chiama Checkpoint Charlie. Se andate a Sofia dovete assaggiarla; sembra un panzerotto gigante ma la pasta è una sottilissima sfoglia e all’interno c’era della ricotta calda e freschissima.
Banitsa
E adesso ho trovato anche la ricetta per provare a farla qui in Italia.

3) Ho conosciuto delle persone davvero smart in Leo Burnett Sofia e questo è un esempio di quello che sanno fare.


(Grazie Svetoslav Todorov per avermi mandato il file)

Tre esperienze che porterò con me sperando di tornare a esplorare un altro pezzo di Bulgaria.

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